Ecce Homo

di Marina M. 

 

Isaia 53, 2-3 “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”.

 

Contrariamente a quanto detto da Isaia, Guido Reni ci offre una visione idealizzata del Cristo sofferente e incoronato di spine. Con lo sguardo rivolto al Padre, lo supplica di liberarlo da questa prova ma Egli, si è addossato delle nostre colpe e dalla corona di spine, posta sul suo capo, scendono gocce di sangue sul suo corpo. Il fascio di luce alle sue spalle evoca l’aureola di santità di Colui che sta per mostrare di essere il Figlio di Dio.

Il Volto di Gesù ci appare in tutta la sua bellezza, attirando e non allontanando i nostri sguardi, perché fissando il nostro sguardo su di Lui comprendiamo che Egli è venuto a donarci la salvezza.

 

Rappresentare il Volto di Gesù risponde ad una esigenza umana di essere certi della sua reale esistenza. Lo stesso Tommaso, volle vedere per credere. E solo dopo averlo visto, credette che Colui che aveva di fronte era il Cristo.

È stretto il legame tra fede ed arte e sono due le iconografie ufficiali del Cristo: il Cristo imberbe e il Cristo barbuto.

Legato ai dogmi stabiliti durante il Concilio di Nicea voluto da Costantino nel 325 è la raffigurazione di Cristo imberbe, trasposizione del dio Apollo. Dal Concilio scaturì la preghiera del Credo, in esso si recita: «Gesù Cristo, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato e non creato, dalla stessa sostanza del Padre»; rappresentare Gesù imberbe, attesta la sua preesistenza dai secoli e ancora prima della sua incarnazione, la consustanzialità del Figlio e del Padre, da Lui generato prima ancora dei tempi e non creato. Essere definito “luce da luce”, giustifica la trasposizione dell’immagine di Gesù come Apollo, dio della luce, figlio di Giove, prototipo della bellezza.

La raffigurazione del cristo adulto e barbuto, presentata dallo stesso Guido Reni, riprende la tipologia orientale del Cristo Pantocratore, nel capello e nella barba folta risalente al VI secolo. Ed è questa tipologia orientale che servì da modello all’arte occidentale dell’XI secolo, magistralmente rappresentata dall’artista bolognese.

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